Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini: sono
questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico,
diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha
paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è
qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna
placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare che
l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più
faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso.
Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a
terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a
riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà.
Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi –
che al posto del morto potremmo essere noi: non ci
sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere
imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni
caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.
 
 Cesare Pavese – "La casa in collina", cap. XXIII
 
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