… una notte d’autunno, cinque anni prima, avevano passeggiato lungo una strada. Cadevano le foglie.
Erano giunti ad un luogo dove non c’erano alberi e il marciapiede era bianco sotto il chiaro di luna.
Qui si erano fermati, e si erano voltati l’uno verso l’altra. Era una notte fresca; c’era quella esaltazione
misteriosa che viene durante i due cambiamenti di stagione dell’anno. Le luci tranquille delle case ronzavano
nell’oscurità; c’era un fruscio e un bisbiglio tra le stelle. Con la coda dell’occhio, Gatsby vedeva che gli edifici
sui marciapiedi costituivano una vera e propria scala e salivano a un luogo segreto al di sopra degli alberi;
poteva arrampicarvisi e, se lo faceva da solo, una volta in cima avrebbe potuto succhiare la linfa della vita,
trangugiare il latte incomparabile della meraviglia.
   Il cuore gli batté sempre più in fretta mentre il viso bianco di Daisy si accostava al suo. Sapeva che baciando
quella ragazza, incatenando per sempre le proprie visioni inesprimibili all’alito perituro di lei, la sua mente non
avrebbe più spaziato come la mente di Dio. Così aspettò, ascoltando ancora un momento il diapason battuto
su una stella. Poi la baciò. Sotto il tocco delle sue labbra Daisy sbocciò per lui come un fiore, e l’incarnazione
fu completa.
 
[…]
 
   Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora,
ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…
   Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.
 
                                                                                          Francis Scott Fitzgerald – Il Grande Gatsby
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